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Sono questi miei polsi la luce che vedo sui vetri parole raccogliere come fiori sottili dal mistero donati.
L’amore è uno specchio che la morte riflette.
Niente come l'amore avvicina alla morte.
L'alfabeto è pieno di proiettili, la mia mente il suo fucile.
Amo chi mi ama, cerco di non odiare chi mi odia, grazie a chi mi ama sono ancora viva, grazie a chi mi odia sono ancora più forte.
http://www.ibs.it/dvd/8033109393607/jemeela-mustchin-maria-papas-denis-lavant-drew/luminal.html
Il tuo viso è un profilo divorato dall’ombra, una mancanza di numeri striscianti tra lettere, un teorema d’arance graffiate da infanti, grida di madri partorite da figli, una bimba da prendere a schiaffi sussurrandole sono carezze. Sono carezze, coralli raccolti, ricordi le amiche che t’abbandonarono perché in tua presenza nessuno rivolgeva loro lo sguardo? T’affilavi lucente come coltello squarciante il collo d’adultere mogli mentre cadeva sui muri la pioggia. C’era il mio viso a sei anni nell’acqua, il cadaverino risorto con lo sguardo abbassato dall’ira degli altri. Elefanti, alci impiccate nei piatti, tre donne in divisa avvolte dai maschi, la notte nelle finestre dell’incantatore di scimmie, tuo padre in quadricromia nella vasca da bagno, altalene, altalene, altalene gettate sull’erba. Dov’è quell’apparizione che gli angeli in mostri trasforma? L’invertito canto dell’incubo, l’abisso di luci come perle infilate nel nulla, l’eterna promessa, Nijinsky che danza? Sommersa dal paradiso perduto si richiude la porta, arrestando l’immodestia di sedicimilioni d’insetti. Eppure ancora i respiri si riproducono allattatati dai sogni, allungati da spilli. Ogni convinzione è una perdita, ogni atto è tremenda violenza, solo l’immobilità continuamente trasporta. E ancora di te nulla m’incanta, se non lo svilimento del sonno. Ricordi? Ricordo l’oscenità dei tuoi oltraggi, un bosco di foglie gridanti nel teatrino deserto, e le signore che sorridevano ostili alla seta traslucida delle mie calze, spiandomi con occhi rovesciati, mutissime, incurvando proboscidi. La rabbia riduce l’altezza sviando vertigini, gradini discende il tuo corpo, imperiosa allora la grandezza sulle terrazze si mostra, alata e magnifica, con drappi decoranti la morbidezza delle sue spalle moltiplicate da specchi. L’incendio. E’ così doloroso innalzarsi nell’adorazione della menzogna? Infliggere pene donate dalla celeberrima ostilità della sorte? Come fiumi che la terra percorrono, come il cielo dalla tempesta riempito, come Laika sulla luna perduta e sepolta, opalescenti manine invano verso me si protendono. Luce, luce che tutto rabbuia, quel lampo dall’aria rapito, una voce, ripetono. Sono scomparsa, rispondo, scomparsa dentro pupille d’avorio nascoste tra chiome sintetiche, vieni a trovarmi, continuo. Una bambina corre rincorsa dalla memoria dei suoi consanguinei, smarrita, mai salva. S’addormenta dentro l’armadio immaginando sia un ventre, ricordi? Pelle bianchissima poggiata sul viso di bambole, artificiose amicizie mancanti di dialoghi, mentre la notte l’esistenza in mare trasforma, e il desiderio diviene un precipizio capovolto dall’orco. Ricordi? Correvo rincorsa dalla memoria dei miei consanguinei, s’aprivano le braccia della foresta per catturarmi, fermarmi, sapermi sconfitta. Madre dei falchi tu mi guardavi annaspare in quel lago di foglie, odio il tuo nome, uno sfondo di gesso incollato sulle labbra di un pensiero deforme, odio il tuo nome, tre carte di cuori in mezzo al diluvio d’una sofisticata incuranza. Il tuo cuore era un guanto, solo tu potevi indossarlo. Il tuo cuore era un guanto, un guanto che hai perso. Ricordi? Eppure ancora i respiri si riproducono allattatati dai sogni, allungati da spilli. Ogni convinzione è una perdita, ogni atto è tremenda violenza, solo l’immobilità continuamente trasporta. Come ti chiami? Mi chiedi. Che suono? Nessuno, un abbandono venduto. Rispondo. Rincuorati, ogni vita è una morte annunciata, un libro abbandonato da un volto, altalene, altalene, altalene gettate sull’erba.
La notte è una morte esaltante. Io scrivo in quella morte. Le parole hanno il volto di chi le scrive. Io vedo il mio volto riflesso nel vetro quando scrivo. Ho bisogno di vedere il mio volto riflesso quando cerco le parole. Il vetro è contro il buio della notte, per questo riesco a vedermi. In quel vetro io cerco le parole. Nell’immobilità di una vita riflessa sopra una morte esaltante.
Hanno detto “questo libro può essere la tua fine”.
Avrei potuto rispondere “amo solo le opere d’arte con una finalità mortale”.
Non scrivo per vanità. La vanità è fallimento. L’ambizione è fallimento.
Io scrivo perché Dio me lo ha chiesto.
Se potessi seppur morta scrivere, vorrei meduse altissime come lanterne, e il mio corpo nell’acqua nera degli abissi. In quell’inchiostro che m’affoga, laggiù in fondo, sarei mani in mezzo ai pesci.
Sopporto la vita per le lettere. A b c d e f g h i l m n o p q r s t u v z. Adieu, mon amour.